mercoledì 21 novembre 2012

Amour




AMOUR

Regia di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Rita Blanco, Laurent Capelluto.


 

Titolo originale Amour. Drammatico, durata 105 min. - Francia, Austria, Germania 2012.





Bisogna forzare la porta per entrare nella casa dei maestri.

La loro morte è sigillata all’indiscrezione di chi non può capire, di chi può vedere, scoprire, dispiacersi ma “capire” proprio no.

Tanti sguardi e una sola realtà, due interpreti, tanti comprimari e un solo protagonista: l’amore che unisce Anne e Georges.

Loro non sono una cosa speciale, si sono sposati e hanno coltivato insieme la grande passione per la musica, hanno avuto una figlia che vive altrove, infelicemente coniugata ad un vanesio da cui si sente distante, oltre che attratta.

Anche la figlia e il di lei marito sono musicisti e uniti dalla musica.

Ma Anne e Georges, pur amandola profondamente, la sentono lontana come lontani anni luce da loro sono gli amici, l’ex allievo, i vicini di casa, il personale di servizio.

Come vedenti in un mondo di ciechi, Anne e Georges sono arrivati alla fine di una vita piena, felicemente uguale a se stessa nei riti, nei gesti, negli sguardi.

Anne si ammala e sembra essere più vicina alla morte del marito che l’assiste, sembra che deva sfuggire per un ghiribizzo del destino dall’unico quadro che loro conoscono, un quadro che li vede uniti.

Ma il loro amore, attraverso le mani tremanti eppure decise di Georges, impedirà questa inquietante e innaturale prospettiva.

Insieme sono vissuti e insieme moriranno.

“Non è l’amore che muore, siamo noi stessi” scriveva Luis Cernuda in una celebre lirica.

Haneche riscrive lo stesso poema nel film.

Un opera tremenda, delicata, imprescindibile.



2 commenti:

  1. Amour

    Una casa, una bella casa, è l’ambiente, l’unico luogo in cui si svolge per un’ora e mezza il film. Si passa dalla cucina al bagno, ci si ferma in sala, senza sentire il limite dello spazio senza per questo viverlo in modo claustrofobico.
    La casa è fondamentale per capire e conoscere i due protagonisti, due vecchi signori raffinati, misurati, per bene.
    I libri del salone, il piano a coda, i quadri appesi dappertutto ci parlano di loro ci guidano a conoscerli, anche gli oggetti di uso quotidiano, tutti con una certa patina del tempo, sono cooprotagonisti di un quotidiano che si appresta a modificarsi con la malattia.
    Nella casa i coniugi entrano insieme, dopo la prima scena del concerto del loro studente, ed escono insieme e per sempre con la stessa naturalezza.
    Un fine vita.
    Una vita di una coppia che si è amata molto, che si è rispettata molto, che si è capita molto, che ha anche limitato l’intrusione del mondo esterno rendendo marginale anche il rapporto con la propria figlia.
    Da soli sono una forza ce la possono fare! Così affrontano la malattia di lei , che da signora ancora “carina” invecchia repentinamente a causa dell’ictus, deformandosi perdendo la parola e l’autonomia, ma non la sensibilità.
    Lui ruvido e determinato, l’osserva senza trascurare nessun palpito di lei, la rassicura con vecchi ricordi mai raccontati prima e la sofferenza di se stesso bambino, che chiama la mamma con tante stelle su di una cartolina, lo portano al gesto risolutore.
    Un fine vita, che forse non c’era bisogno di provocare.
    Un bel film, durissimo, che forse solo chi ha conosciuto da vicino la sofferenza può apprezzare.


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