domenica 21 febbraio 2016

FIGLI DI UN ALTRO DIO


VIZIO DI FORMAUn film di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin PhoenixKatherine WaterstonEric RobertsJosh BrolinBenicio Del Toro
 Titolo originale Inherent Vice., durata 148 min. - USA 2014.





Il titolo di "Vizio di forma del  film di Paul Thomas Anderson, é, tradotto letteralmente, “Vizio intrinseco”.

Basato sull'omonimo romanzo  Thomas Pynchon, é un noir di stampo chandleriano: un investigatore buono d'animo ma la cui vita ha risvolti irriferibili,  si occupa di un caso intricato più' di quanto si immagini all'inizio, intricato ma soprattutto sporco in cui i valori saltano ed e' la mera realtà' a farne carneficina.
A differenza di Philiph Marlowe pero' Larry “Doc” Sportello di casi per le mani non ne ha uno, ma un'interminabile marmellata.
Sono tutti sporchi affari, ovviamente, ai quali il protagonista, tra uno spinello e l'altro, tra uno sguardo stupito e l'altro, tra un appunto scarabocchiato e l'altro, si applica con sincera, non ingenua, dedizione.
Siamo negli anni di Nixon, del Vietnam, degli hippies, della contestazione.
L'America appare divisa in due bande: il potere costituito da una parte e chi non sta al suo gioco dall'altra.
Ma, contrariamente a ciò che dice il proverbio “l'apparenza inganna”, l'apparenza e' sempre una cosa ben distinta dalla sostanza.
Fatto sta che tutti i clienti di Doc sono vittime del potere e collusi con esso in un modo talmente naturale che si potrebbe definire, bestemmiando, innocente.
Il più' emblematico di essi e' quello del giovane  Coy Harlingen che e' contemporaneamente un hippy alternativo, un padre e marito amoroso forzatamente separato dalla sua stravagante famigliola e una spia della Cia.
Quando Doc lo scopre e gli chiede il perché' di questa doppiezza esponenziale l'altro gli risponde:
E la tua domanda sarebbe da che parte sto io?
Immagina che tua madre si facesse le pere...”
Dove la “madre” e' la propria patria e “le pere” sono il vizio americano di macellare altri popoli, in questo caso quello vietnamita.
Doc capisce.
Capisce a tal punto che, alla fine della storia, decide di salvargli la vita (dato che la CIA, dopo averlo usato, l'ha fatto rinchiudere in un manicomio criminale).
E gliela salva facendo un lurido baratto con il co-protagonista del film, il poliziotto ultraconservatore Christian "Bigfoot" Bjornsen che, naturalmente, passa la giornata a calpestare i diritti civili ma non disdegna né farsi di marijuana né di collaborare col suo ipotetico nemico Doc.

Vizio di forma” non e' un film di denuncia.
E' come una di quelle foto scattate “per sbaglio” in cui si vede quello che c'è, che tutti sanno e che é sconveniente dire.
E' un film sull'appartenenza degli americani all'America.
Una appartenenza che sta sopra ogni distinzione, ogni velleità' di riscatto, ogni risibile tentativo di chiamarsi fuori.
O, per usare le parole della fidanzata di Doc, la consapevolezza dell'inutilità' di qualsiasi tentativo di andare “la' dove il fiato corrotto dell'America misteriosamente non sia giunto”.

La funzione vessillifera della moneta l'hanno inventata gli antichi romani che mettevano l'immagine di Cesare nel conio.
Sul dollaro c'è' il ritratto di George Washington e, sotto di essa, una frase ben più' adatta ad un santino “In God We Trust”, in Dio noi confidiamo.
Quel Dio e' l'America e gli americani sono disperatamente figli suoi.
Nei secoli dei secoli.
Il raggio di sole che nella sequenza finale di “Vizio di forma” illumina il volto di Doc Sportello e' forse la luce di quel loro dio.
Di fatto, Doc, finalmente, sorride.


venerdì 4 gennaio 2013

Leggere - Uccidere

The Reader - A voce alta

Un film di Stephen Daldry. Con Kate Winslet, Ralph Fiennes, David Kross, Lena Olin, Bruno Ganz.
USA - Germania 2008



Uno studente di liceo e una giovane e attraente donna intrecciano le loro vite durante un'indimenticabile estate: sesso e lettura.
A leggere è sempre lui: Omero, Cechov e altro ancora.
La donna ascolta attenta, estasiata. Il piacere fisico si intreccia con il godimento letterario.
Il ragazzo è innamorato, gratificato, felice.
Quando, giovane studente di giurisprudenza, scoprirà che la sua non dimenticata amante è un'assassina, un'aguzzina che ha sterminato  gli internati dei lager nazisti e non ne prova nessun rimorso, il ragazzo entra in una dolorosa crisi che lo accompagnerà per tutta la vita.
Il taglio delicato e introspettivo con cui la pellicola affronta i consumati temi della perdita del pudore adolescenziale, dell'amore e della morte, della letteratura come veicolo dei sentimenti. è davvero interessante.
Ma tutte le coincidenze che, mantenendo viva la relazione, intridono il film e diventano quasi la ragion d'essere della storia, sfiorano la pretestuosità.
Quelle dei due protagonisti paiono, alla fine, due esistenze che trovano ragione più nella loro funzionalità alla trama che negli eventi che attraversano, o in se stesse.

Un film coinvolgente, che si fa guardare, che suscita tensioni e riflessioni.
Il tutto fa pensare, interessa, forse commuove.
Ma i passaggi sono troppi e l'esondazione sentimentale eccessiva.
L'Oscar alla Winslet come migliore interprete invece, è stato il meritato premio ad una grandissima performance

Qui trovate un'altra recensione


mercoledì 21 novembre 2012

Amour




AMOUR

Regia di Michael Haneke. Con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Rita Blanco, Laurent Capelluto.


 

Titolo originale Amour. Drammatico, durata 105 min. - Francia, Austria, Germania 2012.





Bisogna forzare la porta per entrare nella casa dei maestri.

La loro morte è sigillata all’indiscrezione di chi non può capire, di chi può vedere, scoprire, dispiacersi ma “capire” proprio no.

Tanti sguardi e una sola realtà, due interpreti, tanti comprimari e un solo protagonista: l’amore che unisce Anne e Georges.

Loro non sono una cosa speciale, si sono sposati e hanno coltivato insieme la grande passione per la musica, hanno avuto una figlia che vive altrove, infelicemente coniugata ad un vanesio da cui si sente distante, oltre che attratta.

Anche la figlia e il di lei marito sono musicisti e uniti dalla musica.

Ma Anne e Georges, pur amandola profondamente, la sentono lontana come lontani anni luce da loro sono gli amici, l’ex allievo, i vicini di casa, il personale di servizio.

Come vedenti in un mondo di ciechi, Anne e Georges sono arrivati alla fine di una vita piena, felicemente uguale a se stessa nei riti, nei gesti, negli sguardi.

Anne si ammala e sembra essere più vicina alla morte del marito che l’assiste, sembra che deva sfuggire per un ghiribizzo del destino dall’unico quadro che loro conoscono, un quadro che li vede uniti.

Ma il loro amore, attraverso le mani tremanti eppure decise di Georges, impedirà questa inquietante e innaturale prospettiva.

Insieme sono vissuti e insieme moriranno.

“Non è l’amore che muore, siamo noi stessi” scriveva Luis Cernuda in una celebre lirica.

Haneche riscrive lo stesso poema nel film.

Un opera tremenda, delicata, imprescindibile.



martedì 10 luglio 2012

Tutti i crimini della borghesia

Salò o le centoventi 
giornate di Sodoma 
1975. 

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini 
Collaborazione alla sceneggiatura Sergio Citti e Pupi Avati 
Fotografia Tonino Delli Colli; scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati;consulente musicale Ennio Morricone; montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi; musiche a cura di Pier Paolo Pasolini; aiuto alla regia Umberto Angelucci; assistente alla regia Fiorella Infascelli.  

"Le masse umane più pericolose - asseriva Octavio Paz - sono quelle nelle cui vene è stato iniettato il veleno della paura"
Questa frase mi è venuta in mente dopo aver rivisto dopo molti anni "Salò o le 120 giornate di Sodoma"
di Pasolini che ora avrebbe 90 anni e, se fosse ancora vivo, non troverebbe un produttore italiano disposto a finanziargli un film come questo.
Un film sulla potenza della paura che, nel caso, è la forma integrante di un  processo di educazione.
Ragazzi, scelti a caso, educati a compiacere il potere, a sottomettersi, a fingere gioia quando il dolore li pervade.
Ragazzi deprivati a forza dei sentimenti e delle loro credenze, siano esse verso Dio o la famiglia, per immolare la loro fiducia alla sola divinità che consiste nella legge della borghesia: "tutto mi appartiene".
Una borghesia, quella dell'inverno del "45", in apparente disfatta, che ha sbagliato tutto a mettersi nelle mani del salvatore di turno e teme, e sa, la debacle imminente che l'attende.
Ma la borghesia è come l'idra, ha nove teste e quella centrale è immortale.
Erasmo paragonava l'idra alla guerra, ingiusta e ingiustificata sorgente di morte.
I ragazzi del film sono avvolti dai suoi tentacoli e non ne vedono la fine.
Le uniche catarsi, effettivamente, avvengono tramite morte (la fucilazione del giovane che alza il pugno e il suicidio della pianista quando si accorge dell' extrema ratio del lugubre festino di cui ha accettato di far parte).
Chi si ribella, muore.
La borghesia, l'idra, no che non muore; rinascerà, sta scritto, da quella sua testa centrale fatta di "eccellenze" e "monsignori" a cui non servirà riprendersi il potere ma che si limiteranno quietamente a conservarlo sotto altre forme, celebrando altri festini, perpetuano lo coprofagia in altre e più sofisticate forme.

domenica 15 gennaio 2012

SI', LA VITA E' TUTTA UN CLIP!

SHAME


Un film di Steve McQueen. 
Drammaticodurata 99 min. - Gran Bretagna 2011 


Brandon e Sissy, due fratelli irlandesi trapiantati negli Stati Uniti in tenera età, conducono vite separate e separatamente convivono con le loro nevrosi.
Lui è un collezionista sessuale, lei è una collezionista di abbandoni.
Se la vita nella società del XXI secolo è verosimilmente assai simile ad un video clip, Brandon vi è diligentemente inserito. Attività lavorativa di successo in un campo non ben definito (e quale lo è?) ma che ha a che fare con l'informatica (e quale non lo è?), con un capo un po' ambiguo ma in fondo affezionato, una bella casa, naturalmente nel centro di New York. 
Peccato che il suo surmenage sessuale non lo plachi: come tutti i maniaci compulsivi Brandon ha una sublime capacità di passare da un sexy job ad un altro, senza soluzione di continuità. 
Il fine, si sa, giustifica i mezzi: passa da raffinate intrattenitrici a giornaletti porno, da avventure con donne di lusso a filmini erotici e software più o meno sofisticati. 
La maschera dell'attore è perfetta anche perché Brandon recita il suo dramma fallocentrico proprio come se fosse davanti al palcoscenico di se stesso.
Purtroppo spunta quasi dal nulla Sissy, cantante abbastanza affermata che però non sa dove collocare il suo corpo morbido e va a vivere a casa del fratello.
Diventa l'amante del capo di Brandon che ne è infastidito ma non quanto è disturbato dall'invasione che rende inagibile la  sua palestra erotica.
E questa è la prima parte di "Shame" (Vergogna).
 Un segmento di cinema costruito con maestria, un documentario patinato, provocatorio ed essenziale sul debordare di due nevrosi parallele, opposte, ugualmente usuali.
Lei piange al telefono e lui cerca (e trova) l'ennesimo appuntamento, con altri o con se stesso.
Fino a qui il messaggio è coerente, tanto freddo da non poter essere definito crudo.
Ma se fosse l'amore la risposta a tanta infelicità, si chiede Brandon che, con l'agilità di un pattinatore, scivola da una nevrosi ad un'altra.  
E così si mette alla prova di un'ipotesi di relazione convenzionale e politicamente corretta ( la "lei" che sceglie è una collega intelligente e nera). Naturalmente è un fiasco totale e al giovanotto non resta che tornare alla vita precedente o meglio alla sua parodia.
Botte nei locali come ai vecchi tempi (vecchi tempi del cinema, s'intende) e perfino un rapporto omofilo consumato in un locale gay dipinto alla maniera dell'antro della strega.
Poi, non pago, si inserisce nella relazione, e nel letto, di due donne.
Comincia a farsi strada il dubbio che lo sceneggiatore sia un mormone.
Il dubbio si trasforma in una semi-certezza quando Brandon trova Sissy , che lo aveva ripetutamente cercato al telefonino, nel lago di sangue delle ferite che si è procurata  tentando per l'ennesima volta il suicidio. 
Ma Sissy non muore e Brandon non cambia.
Il copione sarebbe stato più a suo agio nelle mani del grande Douglas Sirk.
Tolti i nudi, naturalmente.


( qui potete leggere Un'altra recensione un po' più seria della mia, quella del Corsera)