Salò o le centoventi giornate di Sodoma
1975.
Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Collaborazione alla sceneggiatura Sergio Citti e Pupi Avati
Fotografia Tonino Delli Colli; scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati;consulente musicale Ennio Morricone; montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi; musiche a cura di Pier Paolo Pasolini; aiuto alla regia Umberto Angelucci; assistente alla regia Fiorella Infascelli.
"Le masse umane più pericolose - asseriva Octavio Paz - sono quelle nelle cui vene è stato iniettato il veleno della paura"
Questa frase mi è venuta in mente dopo aver rivisto dopo molti anni "Salò o le 120 giornate di Sodoma"
di Pasolini che ora avrebbe 90 anni e, se fosse ancora vivo, non troverebbe un produttore italiano disposto a finanziargli un film come questo.
Un film sulla potenza della paura che, nel caso, è la forma integrante di un processo di educazione.
Ragazzi, scelti a caso, educati a compiacere il potere, a sottomettersi, a fingere gioia quando il dolore li pervade.
Ragazzi deprivati a forza dei sentimenti e delle loro credenze, siano esse verso Dio o la famiglia, per immolare la loro fiducia alla sola divinità che consiste nella legge della borghesia: "tutto mi appartiene".
Una borghesia, quella dell'inverno del "45", in apparente disfatta, che ha sbagliato tutto a mettersi nelle mani del salvatore di turno e teme, e sa, la debacle imminente che l'attende.
Ma la borghesia è come l'idra, ha nove teste e quella centrale è immortale.
Erasmo paragonava l'idra alla guerra, ingiusta e ingiustificata sorgente di morte.
I ragazzi del film sono avvolti dai suoi tentacoli e non ne vedono la fine.
Le uniche catarsi, effettivamente, avvengono tramite morte (la fucilazione del giovane che alza il pugno e il suicidio della pianista quando si accorge dell' extrema ratio del lugubre festino di cui ha accettato di far parte).
Chi si ribella, muore.
La borghesia, l'idra, no che non muore; rinascerà, sta scritto, da quella sua testa centrale fatta di "eccellenze" e "monsignori" a cui non servirà riprendersi il potere ma che si limiteranno quietamente a conservarlo sotto altre forme, celebrando altri festini, perpetuano lo coprofagia in altre e più sofisticate forme.